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Linuxjournal

Da un'iniziativa autofinanziata del Collettivo di Scienze e del Collettivo AdaByron di Informatica, mettiamo a disposizione gratuitamente Linux Journal, una delle riviste più note sullo scenario internazional su Linux e l'Opensource.
L'indignazione non basta! PDF Stampa E-mail
Lunedì 24 Ottobre 2011 09:58

Il 15 ottobre a Roma si è svolta una delle 210 manifestazioni internazionali indette contro la distruzione dei diritti e dei beni comuni, contro lo sfruttamento del lavoro, contro l'oligarchia di chi ha più consensi camuffata da democrazia, contro lo smantellamento della civiltà -sicuramente migliorabile- a cui siamo arrivati e per cui tanto abbiamo faticato e lottato. Per contrastare la crisi i governi nazionali e supranazionali stanno attuando misure, riforme e tagli che riportano indietro di decenni le lancette dell'orologio. Tali governi da un lato difendono i profitti, l'accumulazione e la speculazione finanziaria di chi l'ha creata, e dall'altra fanno pagare il prezzo ai cittadini, quasi totalmente estranei a questa situazione se non nell'aver legittimato politici scellerati a confidare in un mercato non a misura d'uomo, ma di moneta. I sacrifici che abbiamo fatto saranno presto vani se non porremo un freno alla situazione

In Italia questa manifestazione non può prescindere dal profondo dissenso verso una classe politica commissariata dalla Banca Centrale Europea e che già prima del commissariamento meritava ogni disprezzo. Non può prescindere dalla critica in merito alle misure economiche nazionali, fatte esclusivamente per far tornare i conti a breve. Non può prescindere dalle riforme fantoccio e prive di lungimiranza che si sono succedute, aggravando ulteriormente la condizione critica nella quale già perversavamo. Riteniamo a dir poco scandalosa la tracotanza che la classe politica nutre già da alcuni anni nei confronti di un movimento di piazza e di società civile che prende vita dall'unione delle realtà più disparate, accomunate dalla reale preoccupazione relativa al futuro prossimo e venturo. Le alte sfere del potere tutelano i propri interessi a discapito di quelli della quasi totalità dei cittadini. Il risultato è un aumento del divario, già esistente, tra classe dirigente e tutti gli altri.

La mancanza di un interlocutore politico con il quale confrontarsi ha portato ad un'esasperazione tale da indurre anche chi era sceso in piazza pacificamente a compiere atti di violenza scriteriati. La classe politica tutta, invece di prendere atto del disagio dal quale nascono tali comportamenti violenti, si rifugia nei palazzi del potere paventando inasprimenti di pene per chi manifesta il proprio dissenso, processando a mo' di stato di polizia anche la sola intenzione (vedi arresti preventivi), facendoci tornare indietro di 40 anni.
In questo panorama già di per sé deprimente i media tradizionali, con atteggiamenti conniventi e servili nei confronti delle élite, riportano notizie  tendenziose esaltando soltanto i momenti di vandalismo, ai quali, nel caso recente, ha comunque preso parte solo minima parte del movimento. La repressione mediatica è andata progressivamente a sostituire quella del manganello e olio di ricino ed è più subdola, poiché intende dividere e distrarre la cittadinanza sminuendo i movimenti di protesta e facendo apparire chi scende in piazza come "i soliti facinorosi dei centri sociali".

Nonostante la rappresentazione esasperata e finalizzata che ne è stata fatta, riteniamo comunque controproducenti e non necessarie le violenze e il vandalismo come strumento di protesta. Ci rendiamo tuttavia conto che in un quadro generale di indifferenza e repressione, perpetuata negli anni e oggi sempre più evidente, è fisiologico che parte del movimento si spinga a tanto.

È indispensabile al momento che tutta la classe politica ritorni a contatto con la realtà e con la cittadinanza, facendo i conti con le necessità primarie, con i movimenti di piazza, che sia disposta ad intavolare un dialogo smettendo di tapparsi infantilmente le orecchie e far finta di niente e affrontando la crisi con la responsabilità di chi ne è complice e di chi dirige un paese e non i propri particolari interessi.
Non possiamo sopportare ancora il disinteresse della classe dirigente che, continuando a non prendere atto della distanza che il paese sta prendendo dalle scelte politiche degli ultimi anni, non ci lascia altro modo di manifestare il nostro dissenso e indignazione se non attraverso la disobbedienza civile.

Collettivo di Scienze
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